Questo momento l’ho aspettato da un bel po’ di tempo. Da quando mi sono appassionato alla musica italiana l’ho sempre fatto per me, e ora che lo posso fare per un vero e proprio blog, ciò mi riempie di soddisfazione e orgoglio. Questi momenti di bilancio, è vero, sono odiosi, perché spesso ti ritrovi a fare una lista di album e, poi, a dover tirarne fuori qualcuno. La mia sarà una classifica sì personale – che così potete prendervela con qualcuno, almeno – ma anche credo abbastanza oggettiva. Non siamo Rockit, che parla solo e sempre di dischi indipendenti, né Rockol che la fa votare ai suoi lettori (che solitamente votano i divi del momento, almeno per i dischi italiani), né AllMusicItalia che esprime la sua preferenza quasi esclusivamente al pop modaiolo e derivante dai talent. Questa sarà una classifica mia, che firmerò, e che pubblico con orgoglio.

«Stefano, ti sei dilungato come al solito.»

Va bene. Suvvia, cominciamo!

Menzione d’onore: miglior esordio discografico

Eternamente ora – Francesco Gabbani

L’esordio discografico “sanremese” di un cantante giovane perlopiù sconosciuto che non esce dai talent. La notizia si potrebbe trovare su Lercio, eppure nella nostra strana Italia è accaduto. E la poetica pop, mista all’elettronica (che sa tanto di Battiato 3.0) e alla sincerità e umiltà di questo ragazzo, sono una bellissima notizia per la Musica italica.

Incoraggiante.

 

Classifica:

10. La terza guerra mondiale – Zen Circus

Un album con cui Appino e soci tornano all’indie rock che da sempre li contraddistingue, con testi più ispirati del solito. Tra ballate e cavalcate rock, raccontano la provincia e la visione populista del mondo che ormai è in piena guerra mondiale. Ma siamo sicuri che sia soltanto la terza?

Musica di pancia.

9. Alt – Renato Zero

“Sé, ora porta Renatone di nuovo tra noi!”. Innanzitutto, ad arrivare alla sua età con la sua voce e la sua credibilità ce ne vuole davvero. Poi, l’unico consiglio che posso darvi è di ascoltare questo nuovo album, perché di artisti come lui ce ne sono pochi. Sarà pure forse sempre uguale, ma la precisione vocale e degli arrangiamenti e, diciamolo per una volta, anche testuale che ha, ce l’ha solamente lui.

La storia del pop intelligente italiano.

8. Educazione sabauda – Willie Peyote

Torino, che nella storia italiana della musica ha una tradizione di un certo rilievo, dopo il boom degli anni ’90 con Subsonica, Statuto, Linea 77, da qualche anno tra il rap e la scena cantautorale è riuscita nuovamente a emergere. Willie Peyote fonde il rap old school di Frankie Hi NRG e il cantautorato socialmente utile tra Silvestri e Gaber.

Torino capitale

7. Eùtopia – Litfiba

Dopo essersi rimessi insieme (come chiedevano a gran voce gli Elii), e dopo due album di riassestamento, Pelù e il buon Ghigo hanno pubblicato nuovamente un album degno di nota. La cattiveria chitarristica di Ghigo in stile “Terremoto”, il ritorno a sonorità anni 80, con quella strizzatina di pop alla “Infinito”. E testi degni del miglior Piero, tra ironia e denuncia sociale.

Litfiba, coraggiooooo!

 6. Completamente sold out – Thegiornalisti

Sono la band rivoluzione del 2016. In un anno sono passati da fare i localini ARCI ai palasport, grazie a un disco con un sound tanto retrò (mettete insieme i tastieroni alla Bon Jovi o Europe  o A-Ha degli 80s con i testi di Antonello Venditti dello stesso periodo) quanto attuale. E canzoni semplici, ma finalmente vere.

Italian pop never dies!

 5. Hellvisback! – Salmo

Quest’anno è stata la nascita della trap nell’ambito italiano dell’hip hop, ma anche qui il disco migliore del rap della penisola l’ha fatto uno che con la trap centra poco o niente. 50 minuti di egocentrismo, Elvis che ritorna dall’inferno (da lì il gioco di parole del titolo), e una canzone “1984” che può essere la vera consacrazione di Salmo. Provate ad ascoltarla, e se mi trovate tutti i riferimenti, vi pago una birra. Promesso.

Il Messia del rap.

 4. Made in Italy – Ligabue

Ligabue ha fatto in tempo ad avere un futuro. Ha scritto un buon primo album, un buon secondo, il terzo che era una perla oscura, un ep di schegge sparse e poi “Buon compleanno, Elvis”: da lì ha cercato di fare sempre tutto su quella falsariga. A cinquantasei anni si è rotto i coglioni, o almeno così dice in una canzone, e ha fatto il più bell’album dopo “Buon compleanno, Elvis”. Un Liga inedito per un concept album sull’Italia di oggi e sulla generazione dei cinquantenni, tra swing, rock’n’roll, pop e rhytm&blues.

Coraggioso.

3. La fine dei vent’anni – Motta

Osannato da tutti come il miglior album dell’anno, per una volta la critica ha avuto ragione. È spiazzante, disturbante, e terribilmente sincero. Un ragazzo di trent’anni che racconta cosa significa il superamento di quella soglia. Il tutto prodotto da Riccardo Sinigallia e testi e musiche scritti da un cantautore moderno, inquietante, e allo stesso tempo lontano dai suoni elettronici quanto basta.

Cantautorato punk.

2. Una somma di piccole cose – Niccolò Fabi

Un cantautore coraggioso, che a quasi cinquant’anni scrive il suo disco più ispirato. Dopo una maturità già acquistata con gli ultimi album, “Una somma di piccole cose” è davvero la somma tra le caratteristiche della poetica di Fabi: la vita, la quotidianità, le felicità, le insicurezze, su accordi e melodie tanto dolci quanto complicate. Un disco che porta un po’ di tranquillità in questo caos quotidiano.

Filosofia agricola pop-folk.

1. Acrobati – Daniele Silvestri

“Visto dall’oblò di questo aereo/ il mondo sembra bene organizzato”. Basterebbero questi versi per entrare nell’ottica di questo album. Un disco lungo, ma anche bellissimo e mai banale, sia quando gli accordi sono quattro in ripetizione come in “Pochi giorni”, sia quando la melodia e il cantato non sono così facili (“Quali alibi”). Quest’anno, Daniele Silvestri si è dimostrato il miglior cantautore italiano della sua generazione. Uno che i dischi li fa per sé e non per vendere.

Divertente, riflessivo e spiazzante.

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