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di Stefano Devalle

Al giorno d’oggi le canzoni ci tengono compagnia quotidianamente. Spesso, soprattutto se si ascoltano i grandi network quali RTL o Deejay, ci viene proposto materiale straniero e danzereccio, ma c’è comunque da dire che l’Italia vanta ogni anno la produzione di un numero altissimo di canzoni (la cui qualità è in qualche caso discutibile, ma non sta a me giudicare).

La canzone italiana è sicuramente retaggio di una tradizione derivante dalla musica lirica e melodica, ma quando è nata?

Secondo gli storici, le prime tre canzoni italiane risalgono al 1918: “Come le rose”, “Cara piccina” e “Come pioveva”. Quest’ultima è opera del primo cantautore della storia italiana: Armando Gill. Versi brevi e melodie ballabili e liriche meno arcaiche.

 

 

Alla fine del Primo Conflitto, in Italia vennero introdotte diverse novità, tra cui le case discografiche e alcuni balli provenienti dall’estero come il tango, la rumba e, soprattutto, il charleston. Questo ballo, fortemente legato alla musica Jazz, oltre a portate una ventata di novità condusse anche ad una piccola emancipazione femminile in quanto, per ballarlo, bisognava avere le gambe libere, di conseguenza le gonne iniziarono ad accorciarsi. Le canzoni Jazz erano rivolte alla borghesia, che passava il proprio tempo nei locali di varietà, e la cui mentalità era perlopiù maschilista.

 

 

Tra gli anni ’20 e gli anni ’30, come nella poesia, la canzone guardava anche alle varie scene regionali, con canzoni in dialetto. Si andava da Milano (La balilla, Porta Romana e Madunina) a Genova (Ma se ghe pensu) passando per l’Abruzzo (Vola vola) e la Romagna, dove venne fondata l’Orchestra Casadei (sì, quella che tuttora gira l’Italia con il suo “liscio”). Ma la scena più importante era sicuramente quella della Capitale, culla della poesia dialettale di Trilussa, con canzoni dallo spirito allegro come un brano che ancora oggi ci capita di ascoltare ogni tanto in tv: Tanto pe’ cantà.

 

 

Nel 1925 la radio cominciò a trasmettere nelle case italiane, con uno spazio importante per la musica e a Milano vennero fondate alcune delle più grandi case discografiche: La Fonit-Cetra, la Ricordi e La voce del Padrone, ramo italiano della britannica His Master’s Voice (antenata dell’attuale EMI).

Negli anni ’30 cominciò a svilupparsi un filone di genere cinematografico chiamato “film musicale” (il padre dei musicarelli degli anni Sessanta e dei videoclip, che non dimentichiamocelo: se l’Italia fosse Pippo Baudo potrebbe urlare ad alta voce: «Il videoclip l’ho inventato io!») con La canzone dell’amore, Violino Tzigano, Non ti scordar di me, Mille lire al mese e soprattutto Parlami d’amore, Mariù del grande Vittorio De Sica.

 

 

Oltre alle orchestre da ballo, negli anni Trenta ci fu un incontro tra la tradizione musicale e melodica italiana e dei testi interpretati in modo melodrammatico, cercando di esagerare la tristezza e la malinconia che traspariva dal testo. È il caso di Mamma, cantata da Beniamino Gigli.

Inoltre, anche lo swing e la musica dal ritmo sincopato cominciarono ad avere grande successo con una strizzatina d’occhio all’America con tre filoni specifici: quello portato avanti da Natalino Otto (Mamma, voglio anch’io la fidanzata – che poi verrà anche messa in un sample all’interno di una canzone portata al successo negli anni Novanta dagli Articolo 31), quello legato alla personalità di Rabagliati (Ba…ba…baciami piccina, che verrà ripresa dal Quartetto Cetra negli anni Cinquanta e che, a quel punto, esploderà come hit) e le canzoni pubblicate dal Trio Lescano, con la famosissima Maramao perché sei morto?

 

 

Inoltre, sempre in quel decennio di esplosione musicale, ci fu un successo di canzoni più melodiche e spensierate, tra cui Voglio vivere così.

Questa spensieratezza si può apertamente mettere in contrasto con quella portata avanti dal regime fascista con i suoi canti di guerra. Da Giovinezza (inizialmente, canto goliardico degli universitari, poi diventato inno ufficiale del Partito Nazionale Fascista) a Faccetta nera. Ben inteso che tutte le canzoni di cui abbiamo parlato fin qui erano state ovviamente approvate dal Partito Fascista, in quanto all’epoca vigeva una violenta censura, e il fascismo voleva inoltre che le canzoni straniere venissero portate in Italia, ma in versione tradotta. Esempio lampante di questa ideologia fu il tour italiano di uno dei più grandi cantanti americani dell’epoca nel 1935 presentato come Luigi Braccioforte. In patria, era conosciuto come Louis Armstrong.

Dall’altra, durante la Resistenza, tra i partigiani nacque l’esigenza di una canzone di protesta che, per forza di cose, fu molto vicina all’ideologia di sinistra. Gli esempi più lampanti furono Bella Ciao e Fischia il vento (le prime vere e proprie canzoni d’ispirazione per i cantautori impegnati che sarebbero venuti nei decenni seguenti).

Qui riporto una versione di Fischia il vento cantata dai partigiani e dai reduci dei campi di concentramento, senza nessun accompagnamento musicale.

 

 

 

Il vento sarebbe fischiato e l’Italia si sarebbe ritrovato nella ricostruzione e l’inizio del boom economico degli anni Cinquanta. Ma questa, come dice qualcuno, è un’altra storia.

Che, prima o poi, vi racconterò.

 

Stefano Devalle

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