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di Stefano Devalle

Di che cosa parla veramente una canzone?

Se lo chiede anche Davide Toffolo alla fine di questo album, uscito nel 2012 per l’etichetta La Tempesta, ormai collettivo di artisti “indie-pendenti” italiani a cui fanno capo proprio i TARM (Tre Allegri Ragazzi Morti).

Una carriera nata negli anni Novanta partendo da uno stile punk rock, per poi passare attraverso l’alternative rock a inizi Duemila, al quale ha fatto seguito la dub, fino ad arrivare a questo album – che nella storia della band di Pordenone fa da spartiacque – con un leggero pop rock contenente diverse sfumature musicali.

L’album si apre esattamente come era finita la raccolta di canzoni precedenti, nel segno del reggae/dub, con il brano “Come mi guardi tu”, caratterizzato da un ossessivo riff di mandolino che percorre in modo sensuale tutta la canzone.

Nella seconda traccia, “I cacciatori”, il gruppo ritorna a parlare dell’adolescenza come ha ormai dimostrato di fare: in modo tanto lucido quanto cruento. Una canzone che sembra un mantra melodico e che arriva quasi una decina d’anni dopo “Ogni adolescenza coincide con la guerra”.

Con “Bugiardo” si ritorna ai ritmi tribali già presenti nell’album precedente, ma è con “La mia vita senza te” che, su un brano reggae tra chitarra elettrica, acustica e ukulele, Davide Toffolo appoggia la sua voce e le parole più pop del disco. Una gran bella canzone senza le molte ricerche testuali e musicali da sempre cifra stilistica di questa band.

Il resto dell’album fugge in modo molto veloce. Troviamo un’ode “Alle anime perse”, che della canzone precedente mantiene lo spirito musicale e la voglia di entrare in testa, grazie ad una melodia veramente semplice e un ritornello ripetuto.

“La fine del giorno” invece, dopo un’introduzione che ricorda in modo nemmeno troppo velato il mondo di Adriano Celentano, ha un sound più tenebroso. È un rock-blues cantato a bassa voce, caratterizzato dal battere di mani in primo piano e tenuto su in modo unico dal basso.

“La via di casa” ha un’attitudine di punk acustico, che porta a chiedersi: “Che cos’è che non va?”. Domanda che trova risposta in “Bene che sia”, un brano col quale i nostri lasciano da parte le loro fantasie e scrivono uno dei testi più realistici che abbiano mai realizzato.

 

Ritorna il reggae su “E poi si canta”, con la quale si parla nuovamente di temi adolescenziali, mentre il folk celtico iniziale de “Il nuovo ordine” si sposta su un arrangiamento più vicino ai Gorillaz (da cui la band prende ispirazione anche nelle maschere e nei visual dei video.)

Alcuni detrattori di questo gruppo ritengono che, musicalmente e liricamente, non sia originale e che negli anni si sia adagiato un po’ troppo su se stesso. Ma, anche se il cantante e autore principale ha cinquant’anni e parla quasi esclusivamente di ragazze, adolescenza e crescita, vale la pena ricordare che ci sono gruppi pop italiani anche più giovani che hanno una qualità testuale sinceramente peggiore.

Ma poi, alla fine di tutto, “Di che cosa parla veramente una canzone”?

 

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