Qui il discorso si fa più ampio.

Finora abbiamo trattato singole canzoni, qualche exploit temporaneo, lampi di genio cristallizzati in una cover venuta particolarmente bene, ma ora si va oltre.

Ma partiamo da capo.

Esiste, nei meandri della cultura pop/rock/alternative/noise più seminale, un disco, che viene comunemente e semplicemente definito come IL disco più importante della storia della musica tutta. Qualche indizio : Lou Reed, John Cale, Nico, vi dicono nulla? Ancora un aiuto : Andy Warhol e la banana in copertina.

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I Velvet Underground – e nello specifico, il disco “The Velvet Underground And Nico“, anno domini 1967, hanno avuto il merito di ridisegnare quello che è era il tipico modus operandi della costruzione di un LP, o di un singolo, o di una canzone. In un’epoca di canzoni “leggère”, di esplosioni di colori (i primi Beatles, per fare un nome), di caleidoscopica gioia di vivere, Lou Reed e soci stracciano le regole, e scrivono un disco che parla esplicitamente di droga (“Heroin”, “I’m Waiting For The Man”), di sesso (“Femme Fatale”, narrata dalla dolce e dolente voce di Nico, e “Venus In Furs”), di dolore e maliconia (“All Tomorrow’s Parties” e “Sunday Morning”) dando vita ad una spirale discendente di inquietudine e disperazione.

Non si poteva replicare, non a questi livelli, non con questo significato.

Quello che si poteva fare era omaggiare La Pietra Miliare della musica tutta, componendo un disco intero volto a riprendere i contenuti dell’esordio dei Velvet Underground, e l’unico che poteva farlo, dando una sua personale visione ma senza mai snaturare il concetto dell’originale, era Beck Hansen.

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Beck – all’anagrafe Beck David Cambell – ha sempre rappresentato, sin dal suo esordio, l’ideale coniugazione tra il rock di stampo più classico e le nuove tendenze lo-fi, diventando in brevissimo tempo artista amato ed apprezzato sia dalla critica sia dal pubblico.

Beck sale alla ribalta con “Loser”, canzone-simbolo della generazione X, e va a creare così uno stile che rimarrà inconfondibile negli anni a venire.

Ma cosa c’entra un artista così poliedrico e colorato, con la cupezza dei Velvet Underground?

Il collegamente lo crea lo stesso Beck quando, nel giugno del 2009, da’ vita ad un collettivo di musicisti, produttori e amici chiamato “Beck’s Record Club”, impegnato nella rivisitazione di interi, storici album della storia del rock.

Il primo è, per l’appunto, “The Velvet Underground And Nico”, dove la forza compositiva rimane invariata, ma il passaggio sotto le sapienti mani di Beck rimette in giusta luce alcuni passaggi, sia produttivi che compositivi, che purtroppo il tempo aveva “eroso”.

E così, la dolcezza inquieta di “Sunday Morning” acquista corpo, la lucida follia di “Venus In Furs” si riempie di rumore, il rock’n’roll ubriaco di “Waiting For The Man” sembra uscito da un manicomio pieno di martelli di gomma, “Femme Fatale” viene di colpo sparata nel XX secolo, e via discorrendo.

L’omaggio di Beck ha aiutato a riportare alla ribalta uno dei capisaldi assoluti del rock come lo intendiamo oggi – senza compromettere la forza del messaggio originale – e se li ascoltato uno dopo l’altro, vi rendere conto del lavoro certosino svolto dal cantautore americano.

-Gimmy-

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