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“Io con la musica non centro niente/ come il mio pene davanti al wc, a luci spente”

Lo ha sempre ammesso che da grande vorrebbe fare il fumettista. Eppure, ora che è grande, fa il rapper. Ma i cultori del rap non lo definiscono tale perché non parla di sesso, droga e cash come la regola dell’hip-hop imporrebbe. E quindi lui si definisce un cantautore. Uno dei tanti. Anche se, effettivamente, in Italia, è il migliore in circolazione degli ultimi dieci anni – e giuro che non lo dico solo io.

Figlio di una maestra e di un operaio, nasce a Molfetta il 9 ottobre 1973 Michele Salvemini…Stop, scusate! Sta diventando una cosa troppo storiografica e lui non la merita.

Appassionato di fumetti, dischi, arte, musica, Michele Salvemini a fine anni Novanta cominciò una carriera come cantautore minimalista, partecipando anche a tre Sanremo consecutivi (1995, 1996, 1997) sotto il nome di Mikimix, pubblicando due album: Tengo duro e Sotto una buona stella. Morale: non ottenne alcun successo.

“Ti cedo il posto mio: non è per vincere che vivo ma per ardere, / perciò se dovrò perdere lasciatemi perdere e avrò perso, / cosciente che non sono né peggiore né migliore di nessuno finchè sarò diverso.”

Continuò a scrivere, registrare, produrre 3 demo che, all’inizio del nuovo Millennio, raccolse nel suo album d’esordio “?!”, nel quale c’era anche un remix rappato di una vecchia canzone di Angelo Branduardi. “Confessioni di un malandrino” era diventato “La fitta sassaiola dell’ingiuria”.

Mikimix era diventato Caparezza.

Il primo album uscì senza scatenare clamore, mentre il successo si preparava ad arrivare come un uragano in un giorno di sole.

“Della poesia me ne fotto/ io stesso sono nato per un condom che si è rotto.”

Nel 2003, uscì “Verità supposte”. All’inizio ottenne alcune critiche buone (in seguito Rolling Stone lo metterà nella lista dei 100 album migliori italiani), ma quando al terzo singolo scelsero “Fuori dal tunnel”, l’Italia scoprì questo ragazzo geniale. E quella canzone che condannava l’utilizzo delle droghe, del finto divertimento, dell’alcool, del mondo di plastica venne utilizzata come sigla di “Zelig” e di altre pubblicità: segno di quanto il nostro Paese è sempre stato attento ai messaggi delle canzoni.

“Tu non voti alle politiche, ma ti lamenti se le condizioni sono critiche/ eppure televoti l’Isola dei famosi d’Egitto/ convinto di avere esercitato un tuo diritto.”

Passano altri tre anni e Caparezza esce con il suo disco “più politico”, nei quali attacca tutta la dirigenza politica, gli oligarchi, i broker, gli uomini potenti, sempre guardando agli usi e ai malcostumi dell’Italia. Canzoni più celebri all’interno sono Dalla parte del toro, La mia parte intollerante e Habemus Capa, che dà il titolo all’intero album. Anche se la canzone in cui Caparezza mostra in modo migliore la sua tecnica è Felici ma trimoni.

“Io sono al verde vado in bianco ed il mio conto è in rosso/ quindi posso rimanere fedele alla mia bandiera.”

Due anni dopo, esce “Le dimensioni del mio caos”. Non è soltanto una raccolta di canzoni, ma un vero e proprio concept-album che dimostra la bravura nella scrittura di Michele, nonché la sua poliedricità tra i generi che sconfinano anche nel metal (“Ulisse (You listen)” è in collaborazione con i Linea77), nella taranta (“Vieni a ballare in Puglia”, nel cui video il cantante fa finta di essere una guida turistica pugliese che mostra anche un esemplare di Al Bano) e nella ballata rap “Eroe (Storia di Luigi delle Bicocche)” – da molti considerata la sua canzone migliore, nonché forse la migliore canzone italiana che fotografa con cinismo e cruda realtà la crisi.

“Mi contraddico facilmente, / ma lo faccio così spesso/ che questo fa di me una persona coerente.”

  1. Esce “Il sogno eretico”, il disco della maturità. Un album dove Caparezza fotografa la società e il nostro periodo storico, facendo intendere l’incombenza di un nuovo Medioevo in atto. Una raccolta di canzoni dove le idee non mancano di certo, tra citazioni disneyane per raccontare l’Italia (“La marchetta di Popolino”), la decadenza della musica (“Chi se ne frega della musica”), una canzone di spoiler in onore di Kevin Spacey (“Kevin Spacey”) e collaborazioni con Tony Hadley degli Spandau Ballett, Alborosie e il “Nessun Dorma” di Beniamino Gigli.

“In tanti si chiedono si chiedono cosa architetti di strano/ «Io, cosa architetto di strano?» / «Boh» pensava Lucia Mondella nel letto che dice: «Renzo, piano!»”

Tre anni dopo, è il turno del suo sesto album. Dall’unione delle parole “musei”, “musica” e “sei” (come il numero di album, appunto), nasce “MUSEICA”: un concept sul mondo dell’arte, dove ogni traccia è ispirata da un quadro e dove la sua capacità di mescolare i generi ha la meglio. Metal, rock, hip-hop, pop, reggae, folk, beat creano un caleidoscopio musicale di altissima qualità, dove i testi del cantautore diventano veramente poesia con incastri difficilissimi. Tra dissing a Dante (“Argenti vive”), autoironia sul fatto di essere additato come comunista (“Avrai ragione tu”), confronti tra vecchi artisti e nuove generazioni (“Mica Van Gogh”), descrizione della televisione del dolore (“Compro Horror”), la canzone che spiazza tutti è il primo singolo, “Cover”, nella quale riesce a creare una canzone facendo un mosaico delle più importanti copertine della storia della musica internazionale, da buon collezionista di vinili quale è.

Lo ha sempre ammesso che da grande voleva fare il fumettista. E ora che è grande, lo dico da fan, ci è riuscito in un modo totalmente originale: senza disegni, ma soltanto con l’utilizzo delle parole, come se abitasse veramente a CHINA TOWN.

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