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Passeggiamo tra le vie del centro di Torino e incontriamo Eugenio Cesaro (cantautore e voce della band “Eugenio in Via di Gioia”). Quando l’abbiamo contattato per fargli qualche domanda sul suo gruppo (che si sta affermando in tutta Italia) e sulla loro musica, si è dimostrato molto gentile e così ci siamo incontrati in Piazza Castello. Ha la chitarra sulle spalle, pronto per suonare “a cappello” per le vie del centro.

Allora, Eugenio, ci spieghi perché questo nome: Eugenio in Via di Gioia?

“Eugenio in Via di Gioia” nasce dall’unione dei nomi e cognomi dei membri del gruppo: Eugenio Cesaro, Emanuele Via e Paolo Di Gioia. Inizialmente io volevo che questo progetto avesse soltanto il mio nome. Volevo fare davvero il cantautore, dopo vari gruppi di cover. Poi, in realtà, quest’unione di parole sembrava fatto apposta ed è piaciuto anche agli altri, sia perché è divertente sia perché è eufonico.

Quindi hai cominciato tu da solo e gli altri si sono aggiunti nel tempo…

Sì cinque o sei canzoni erano già scritte, poi insieme le abbiamo arrangiate con gli altri strumenti.

Il vostro è un “non genere”, nel senso che folk, canzone d’autore e swing si mescolano in modo uniforme, rendendolo diverso dalla musica tradizionale. Quali sono gli artisti che vi hanno ispirato in più, in questo senso?

Be’, inconsciamente Jannacci, Gaber – perché era ascoltato da mio padre in macchina. E quando qualcuno me l’ha detto, ho capito che effettivamente c’erano delle somiglianze per il mio modo di cantare, un po’ parlato, un po’ teatrale. E poi invece, sul lato musicale, questa volta a livello più conscio, in “Lorenzo Federici” si sente molto Paolo Nutini, mentre nel primo ep “EP Urrà” si ascoltano moltissime influenze di gruppi come i Mumford & Sons. Io ascolto ciò che mi piace e le traduco nella mia musica, con un’identità che credo sia abbastanza personale

Del vostro primo ep (“EP urrà”), mi hanno colpito due canzoni: “Perfetto uniformato” (di cui avete anche fatto un video molto bello girato in piazza Castello, nel quale siete tutti vestiti con il pigiama) e soprattutto “Emilia”, che contiene i vostri temi vicini al sociale e le vostre caratteristiche.

Allora, tutte le canzoni che scrivo sono ispirate da ciò che vedo nelle piazze di Torino e dalla gente che ci passa. Una delle prime canzoni che ho scritto l’ho scritta mentre suonavo davanti a Grom e vedevo la gente che aspettava circa mezzora per prendersi un gelato a un gusto solo a due euro e cinquanta, perché di più non poteva permetterselo. Allora ho iniziato a fare delle battute su questo e ciò mi ha fatto capire che alla gente sentirsi dire le cose in faccia con ironia piaceva. Così sono nate “Noi adulti”, “Perfetto uniformato”, “Emilia”.

Il secondo album “Lorenzo Federici” (in onore al bassista che è entrato dopo nella formazione) mi è sembrato più metropolitano…

Certo, si sente quest’ispirazione. Ad esempio in “Noi adulti”, quando canto “Il nostro cane è su Facebook/ su Facebook c’è il nostro cane/ il nostro cane è perfetto/ per Facebook c’è il nostro bellissimo cane”, che se vuoi è un’ovvietà ma è per affermare quanto siamo diventati quotidianamente drogati di social network. E non lo dico con pessimismo, ma semplicemente fotografo la realtà con un filtro di ironia.

Un’altra idea folle che avete avuto è quella per la canzone “Pam”, che se non sbaglio avete fatto con due ragazzi di Cuneo (Gabriele Picco e Matteo Dalmasso). Ce la puoi raccontare?

Certo, prima di suonare al Nuvolari, siamo andati ad una cena dove abbiamo conosciuto questi due ragazzi e uno dei due ci ha mostrato il videogioco che stava creando. Da lì è nata l’idea di fare un videoclip come nessuno aveva mai fatto: creare direttamente un videogame dove la canzone fa da colonna sonora. Ed è nata una cosa molto bella, chiamata “Pam-man”, che ovviamente cita “Pacman”. L’obiettivo del gioco è raccogliere più prugne possibili all’interno di un supermercato dove i vecchietti cercano di sbarrarti la strada.

E la canzone infatti prende in giro tutte queste “offerte”, “sottocosto”, “la caccia all’offerta” ecc… che ci sono nei supermercati.

Un’altra canzone che mi ha colpito “Argh”, nel quale avete trattato il tema che sta più a cuore alla maggior parte dei musicisti: cominciare i concerti in ritardo.

Sì, sì. È un problema perché i locali non fanno mai iniziare la band perché non c’è abbastanza gente, ma il pubblico non arriva perché sa che alla fine il concerto inizierà alle undici. E così è come un cane che si morde la coda. E quindi, alla fine della canzone si prevede che si arriverà a un punto dove gli unici che andranno a “suonare” in un locale saranno i deejay, che intanto basta che mettono le basi e la gente quando arriva, arriva e via…

Che poi è la cosa che sta capitando e con quel brano volevamo anche attaccare la gente che non si interessa più di musica suonata.

E a questo punto, voi, che consigli date ai nuovi cantautori, quelli che vogliono provare ad emergere?

Secondo me, la scena musicale italiana è molto critica. Ci sono due grandi mercati: l’indie e il mainstream. Per i musicisti indipendenti restano soltanto i social network e il passaparola. Dall’altra, si potrebbe provare a fare un talent in cui però devi firmare un contratto di esclusiva per quattro, cinque album. E sei legato troppo alla multinazionale che decide per te tutto. Secondo me, invece, partire dai localini ti fa crescere e ti fa capire se quello che stai facendo è quello che vuoi. Noi quattro non avremo mai potuto suonare davanti a seimila persone tutte insieme, se non avessimo mai suonato in un locale per cinquanta euro o anche meno. Quindi, il consiglio che do è suonare tanto (anche per strada) e fate arrivare il vostro messaggio.

Nel vostro album avete collaborato con un gruppo cuneese, “La banda Fratelli”.

Sì, è stato bellissimo. A parte che loro sono il mio gruppo preferito per questo mondo di fare swing con testi ironici, che mi hanno sicuramente ispirato. Solitamente, non mi piace fare collaborazioni con altri gruppi. Però c’è stato un periodo che ho frequentato parecchio Andrea, gli ho portato questa cosa, a lui è piaciuta e abbiamo fatto questa collaborazione.

La nostra provincia vi ha accolto un po’ di volte. Cosa ne pensate di Cuneo?

Sì abbiamo suonato al Baladin, Nuvolari, Buddha Rock e alle Basse del Troll. La vostra provincia mi piace, perché è nata una bella fan-base.  E accogliete molto bene i gruppi. Ad esempio a Milano, che facciamo molte più date, fatichiamo molto di più. La vostra provincia ci sta dando davvero belle soddisfazioni.

E il prossimo album?

Fatico ancora a parlarne. Ma le canzoni che ci saranno, a me piacciono davvero molto. Di certo, non sarà una copia dei nostri progetti precedenti. Sarà, in un certo senso, più cupo. Ma non preoccupatevi, resteremo sempre gli Eugenio in Via di Gioia.

Come saluteresti i nostri lettori?

Be’, un ciao non basta? (ride). Scherzo, mi raccomando, ascoltateci. Siate affamati di musica, cercatene di nuova e non accontentatevi mai, che è il miglior modo per crescere sia per i musicisti, che così hanno idee nuove, sia per il pubblico che riescono ad aprire sempre più la mente, stando meglio. Se nel caso la musica finisse, al massimo ci troveremo al Pam. Lì, le offerte non mancano mai.

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