eugenio-finardi-e-i-40-di-sugo

Se sei un appassionato di musica italiana, non puoi non aver mai sentito in vita tua uno degli incipit migliori della storia cantautorale del nostro paese. “Anna ha diciotto anni e si sente tanto sola” credo potrebbe essere l’inizio perfetto per un romanzo di formazione, eppure è il primo verso di una canzone che è rimasta nella testa di moltissime persone. Questo ragazzo, chiamato Eugenio Finardi, figlio di madre cantante lirica e padre tecnico del suono, a ventiquattro anni, dopo un esordio abbastanza brillante (Non gettate alcun oggetto dai finestrini), pubblica il secondo album: “Sugo”.

Un album che nel 1976 era una finestra aperta sul mondo giovanile dell’epoca, con uno sguardo ancora al ’68 e pronto ad essere travolto dalla forza del 1977, anno che per la musica fu una vera rivoluzione.

Finardi era vicino al movimento studentesco milanese e nella sua band di allora militavano Alberto Camerini (sì, proprio quello di Rock’n’roll robot) e alcuni futuri membri degli Area. Il disco fu pubblicato dalla Cramps, etichetta avanguardista italiana vicino alle sonorità progressive di quegli anni. E questo fu un album che, a suo modo, compattò un sound rivoluzionario, che stava tra il rock blues dei Weather Report e della scena americana di quegli anni, l’intelligenza musicale del “progressive” e soprattutto la musicalità del canto popolare italiano.

L’album, come detto, comincia con Musica ribelle, sguardo su di una generazione che viveva credendo ai propri sogni, alle illusioni e credeva che il mondo si potesse cambiare davvero, anche soltanto con la forza di una canzone.

E il concetto viene espresso, in modo differente, anche dalla seconda traccia, La radio, un folk-country che dura poco più di due minuti che decanta le qualità delle radio libere da poco legalizzate in Italia.

Dopo un brano strumentale e parecchio jazzato, Quasar, arriva il pezzo più lungo dell’album: Soldi. Un rock-blues basato sull’importanza che il denaro ha assunto nella vita dell’uomo.

Con Ninnananna viene fuori l’Eugenio romantico e pop che si svilupperà con varie altre canzoni (tra cui “Dolce Italia”, “Patrizia”, “Un uomo”), mentre con Sulla strada racconta la vita on the road dei musicisti, con una nemmeno tanto levata citazione al romanzo di formazione di Kerouac, oltre alle citazioni di “Saluteremo il signor padrone” (canto popolare contenuto nel suo primo album) e “Gioia e rivoluzione” (album degli Area uscito da poco).

Voglio e Oggi ho imparato a volare sono figlie dello stesso pensiero sognatore, anzi sono quasi l’una la continuazione dell’altra, dalla prima persona singolare alla prima persona plurale.

La C.I.A. (testo in inglese e ritornello in italiano) è contro le malefatte dei governi americani degli anni precedenti, con un uso vocale che assomiglia molto a quello utilizzato da John Lennon.

La paura del domani è un brano quasi parlato, in cui la musica resta in secondo piano, che chiude il cerchio ricongiungendosi ai versi potenti della “musica ribelle” e che, inoltre, con il rumorismo finale introduce all’album seguente, “Diesel”, che sarà uno dei migliori dischi di Finardi.

Nonostante questo, l’ingenuità e l’impulsività fanno di questo disco uno dei capitoli più belli del rock all’italiana. Ed è per questo se ancora oggi lo ricordiamo, a quarant’anni di distanza.

Stefano

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