Il Club dei 27

C’era una volta, negli anni ’70, una voce, capace di incarnare lo spirito ribelle e anticonformista di una intera generazione.

C’era una volta una voce, roca, potente sgraziata ed iconica, spogliata da tutti i tecnicismi e ciò nonostante perfettamente a proprio agio su grandi partiture blues

C’era una volta una donna, piccola, non esattamente bella, con un fisico non proprio da modella, ma capace di emanare un sex appeal e una potenza quasi bestiali.

Nella sua figura, nella sua voce, nel suo spirito viene incarnata forse quella che è e rimane la più importante figura blues degli anni ’70.

Ladies and Gentlemen…Janis Joplin!

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Janis Joplin nasce a Porth Arthur in Texas il 19 gennaio 1943 da Dorothy East, impiegata in un college, e Seth Joplin, un ingegnere della Texaco.

Si dimostra da subito un’adolescente inquieta, sovrappeso e con la pelle rovinata dall’acne, che cerca rifugio nella musica. Così, a 17 anni, molla il college e fugge di casa per seguire le orme delle sue stelle musicali preferite: Odetta, Leadbelly e Bessie Smith.

Il suo pellegrinaggio per le strade americane la portano fino a San Francisco, dove è appena esplosa l’era Hippy. La giovane Janis si stabilisce in alcune comuni dei Figli dei Fiori per qualche periodo, quando per caso decide di tornare in patria, nel Texas.

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Questa è la svolta della sua carriera musicale, e della sua vita.

Nel 1966, infatti, Chet Helm, suo amico di lunga data, era appena diventato manager di un nuovo gruppo rock, i “Big Brother & The Holding Company”.

La band ha bisogno di una vocalist femminile e Helm pensa a Janis. La contatta e la convince a tornare a San Francisco. La fusione tra la voce abrasiva di Joplin e il ruvido acid-blues della band si rivela un successo. Il gruppo diventa subito popolare in tutta l’area di San Francisco ed è chiamato a partecipare al rock festival di Monterey nel 1967. Una performance trionfale, bissata due anni dopo da Janis Joplin, questa volta come solista, a Woodstock.

Con i Big Brother, Janis incide un paio di dischi di valore (l’omonimo del 1967, e soprattutto “Cheap Thrills”, dell’anno successivo), ma la vera svolta si ha quando nel 1970 decide di fondare una propria band, chiamata “Full-Tilt Boogie Band”, con la quale incide quello che è diventato il suo disco più importante e conosciuto, “Pearl”.

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Sfortunatamente, si rivelerà anche l’ultimo disco della sua carriera.

Pearl è un inno all’America degli anni ’70. E’ composto da un migliaio di strati di blues, solcato e straziato dalla voce della Joplin, ora urlata e violenta (“Cry Baby”), ora dolce e attraente (“Me And Bobby McGee”), ora divertita benché sempre condita da una certa dose di nostalgia (“Mercedes Benz”, solo voce e handclapping).

L’inizio del disco è affidato ad un brano dalla carica prorompente, con una sezione ritmica potente e un pianoforte a scandire il ritmo martellante – lezione di musica perfettamente assimilata dalla progenie futura, da Patti Smith a Carole King – e si intitola “Move Over”.

 

Esattamente a metà del disco troviamo “Buried Alive In The Blues”, altra traccia notevolmente movimentata, completamente strumentale, che diventerà purtroppo il testamento spirituale di Janis Joplin.

 

 

Qualche mese dopo la pubblicazione del disco (il 4 ottobre 1970, per l’esattezza), Janis Joplin viene infatti trovata senza vita nella sua stanza del Landmark Motor Hotel di Hollywood.

Il referto del dottore è inappuntabile: la cantante è deceduta il giorno prima, per overdose di eroina.

Janis Joplin si spegne così (tra l’altro, a solo qualche giorno di distanza da un altro colosso della musica, Jimi Hendrix), lasciando in eredità una manciata di dischi splendidi e soprattutto la sua figura, divenuta esempio per generazioni di musicisti futuri.

Ho iniziato l’articolo come l’incipit di una favola, ma sfortunatamente non tutte le favole hanno un lieto fine. Anche se il viaggio è finito male, la voce di Janis continuerà a risuonare ancora, “more over” again.

 

-Ele-

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