Al giorno d’oggi, moltissime persone denigrano la musica del nostro paese come prodotto troppo popolare, inutile e spesso privo di messaggi.

Partendo dal presupposto che la musica italiana ha sempre avuto una mentalità pop – o comunque di musica leggera, come la si chiamava fino a circa vent’anni fa – è vero che con l’avvento della crisi discografiche e dei vari talent show, sicuramente il livello dei testi è sceso in maniera esponenziale.

Spesso, quando si parla con gente che ne capisce di musica, esce la solita frase fatta: «Eh, ma non esistono più i De André, i Guccini» e spesso mi ritrovo a pensare che forse è meglio che sia così, perché altrimenti l’arte rimarrebbe sempre uguale a sé stessa. Però forse questa troppa tecnologia ci ha portati ad essere più legati all’elettronica e troppo poco ai sentimenti. Se ascoltate una canzone pop odierna, infatti, vi trovate di fronte – solitamente – a un arrangiamento composto da “riff” di tastiera virtuale e da una cassa in quarti che tenta di far ballare le persone. Cerca di farle divertire.

In un momento di crisi e di depressione come questo, la musica prova ad uccidere i pensieri dell’individuo – non riuscendo però nell’intento.

Da sempre la canzone è un concetto di musica e di parole, spesso associata alla poesia, ed è questo che negli ultimi vent’anni è mancata alla musica italiana. Un ricambio generazionale che riportasse l’importanza della parola all’interno della musica.

Dopo la morte di De André, Battisti, Bertoli, Rino Gaetano, il pensionamento di Guccini, ci sono rimasti ancora i pochi dischi di Vecchioni degli ultimi anni. Per il resto è tutto un miscuglio di nomi che cercano di portare avanti la propria arte, faticando a riconfermare il proprio talento: nomi come Paola Turci, Daniele Silvestri, Niccolò Fabi continuano a sfornare album di un certo spessore, restando comunque all’ombra degli artisti che oramai assomigliano più a brand delle radio nazionali piuttosto che a persone che cercano di fare arte.

Caparezza continua a pubblicare capolavori, eppure la gente si ricorda solo di “Fuori dal tunnel” come sigla di un programma tv come “Zelig”. Una nuova scena cantautorale si è imposta. Nomi come Dario Brunori, Vasco Brondi, Dente, Appino e i suoi Zen Circus, i Thegiornalisti, hanno cominciato a prendere piede, però continuano a girare i piccoli club facendo dei sold out ma non riuscendo ad arrivare al grande pubblico non perché poco bravi o troppo “indie” (concetto spesso di difficile interpretazione), bensì perché ancora troppo giovani – anche se alcuni di questi hanno superato i quarant’anni.

La gente continua a lamentarsi dei vari Vasco, Ligabue e Zucchero che sono padroni della programmazione radiofonica, ma sono i primi che ascoltano “Andiamo a comandare” sorridendo e accettando di sentirla almeno dieci volte al giorno. E a quel punto quei tre nomi, sicuramente, dovrebbero riprendere valore perché sono tre cantautori che, useranno pur sempre gli stessi tre accordi, ma come ha affermato anche Ligabue durante la sua ospitata a Collisioni 2016, il loro scopo è parlare di cose semplici, emozioni e sentimenti, arrivando al cuore della gente, sempre però tenendo conto che il loro è un lavoro e quindi di aria non possono vivere. Devono sperare di vendere i loro album.

È sicuramente un’affermazione in parte cinica, forse spocchiosa, ma assolutamente reale.

Fotografia di un paese dove anche nel piccolo vanno avanti a suonare moltissime cover band, tribute band e i ragazzi che provano a portare avanti un loro repertorio spesso sono schifati e pur di suonare, si trovano in un locale dove davanti hanno quelle tre o quattro brave persone che li seguono, una persona che viene colpita dalla loro musica e una decina di ubriachi da birreria che scatarrano e ancora chiedono “Il ragazzo della via Gluck”.

E a quel punto, vi giuro, a chiunque verrebbe l’idea di smettere e di lasciare che lo show possa continuare, senza dare quel piccolo contributo spesso gratuito che si dà quando si ha una passione.

Ma poi, caricata l’auto dei propri strumenti, accendi la radio su Capital o Virgin o qualche radio di un certo spessore e aspetti. Che sia De André o Ligabue, che sia Tenco o Ramazzotti, lasci che quella musica ti aiuti a far passare un po’ la delusione.

E il giorno dopo, alzerai la cornetta e al titolare di un altro locale sussurrerai: «Salve, sono un cantautore…»

 

Stefano Devalle

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