“And you could have it all, my empire of dirt / I will let you down, I will make you hurt”

 

Il primo, probabilmente uno dei più grandi cantautori americani di tutti i tempi, capace di incarnare il ruolo di portavoce di più di una generazione,  fautore di un incrocio unico tra la denuncia sociale e le canzoni d’amore, ha travalicato il confine dei suoi tempi per giungere fino ad oggi, ancora amato ed apprezzato, la voce più profonda e riconoscibile del panorama mondiale.

Il secondo, belva da palcoscenico, esportatore di un genere – l’industrial rock – che fino ad allora era rimasto nascosto dietro le quinte, inventore di un geniale mix di generi e suoni agli antipodi, ha trasformato per sempre l’estetica del rocker, donandogli assieme un aspetto violento ma dal cuore tenero.

Due voci, due strade, due mondi sensibilmente diversi.

Cosa li accomuna?

Li unisce una canzone, scritta da Reznor nel 1994 e traccia finale del disco “The Downward Spiral”, probabilmente capolavoro dei Nine Inch Nails.

Il pezzo è un crescendo di emozione, inizia appena sussurrata, come una preghiera, per poi crescere ed esplodere con violenza nel ritornello (“What have I become, my sweetest friend? / Everyone I know goes away, in the end”) fino alla disturbante parte finale, una scia di feedback lasciati liberi a vagare, fino al silenzio.

Il pezzo rappresenta uno degli apici come autore di Reznor, ne descrive la sua visione della vita, la disperazione che ha sempre giaciuto in fondo al cuore viene a galla, portando l’ascoltatore verso il fondo di quella “spirale discendente” che è l’album.

Johnny Cash la riprende quasi un decennio dopo (correva l’anno 2002), inserendola in quello che sarebbe diventato l’ultima sua opera prima della morte, avvenuta nel settembre dell’anno successivo.

Nella sua versione, Cash mantiene lo spirito disperato dell’ originale, andando a sommare un’interpretazione sublime e d’altri tempi ad elementi classici del suo stile (le chitarre scintillanti, anche merito della produzione di Rick Rubin) e un pianoforte che lento e costante scandisce il ritmo e punta dritto al cuore.

Purtroppo, quasi come una premonizione, Johnny Cash muore il 12 settembre 2003, lasciando in eredità quella che forse è una delle cover (termine d’obbligo ma non azzeccato) migliori e più importanti mai prodotte.

-Gimmy-

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